Salgono i prezzi del carburante. Il Governo fa la voce grossa ma e’ il primo che ci guadagna
La Guardia di Finanza ha annunciato un rafforzamento dei controlli lungo tutta la filiera dei carburanti. L’iniziativa arriva su indicazione del Governo, principale azionista di ENI, il grande gruppo energetico italiano presente a livello globale e con oltre il 20% del mercato nazionale. La preoccupazione riguarda la ripresa dell’inflazione e, con ogni probabilità, anche le possibili conseguenze sull’opinione pubblica di un aumento generalizzato dei prezzi alla pompa.
Le Fiamme Gialle spiegano che l’obiettivo è verificare il rispetto delle regole sulla trasparenza e sulla corretta esposizione dei prezzi al consumo. I controlli serviranno anche ad analizzare l’andamento dei prezzi dei prodotti energetici in tutte le fasi della commercializzazione, con l’intento di individuare eventuali accordi anticoncorrenziali tra gli operatori. Inoltre verrà rafforzato il monitoraggio del territorio per individuare possibili fenomeni di evasione o frode fiscale e tutelare così le entrate dello Stato.
Resta però un aspetto poco considerato, quello legato alla formazione dei prezzi lungo la filiera. Guardando ai dati attuali, un gestore acquista sul mercato libero il gasolio a un prezzo compreso tra 1,615 e 1,658 euro al litro senza IVA, mentre la benzina varia tra 1,354 e 1,424 euro sempre senza IVA. Chi dispone di contratti a lungo termine paga circa 1,597 euro per il gasolio e 1,359 euro per la benzina.
Se a queste cifre si aggiungono il margine del distributore e le royalties riconosciute alle compagnie petrolifere, il prezzo finale alla pompa arriva mediamente a circa 2,1 euro al litro per il gasolio e intorno a 1,8 euro al litro per la benzina, IVA inclusa. In questo periodo alcuni gestori stanno anche accettando margini molto ridotti pur di non perdere clientela. Sulle autostrade, inoltre, il prezzo aumenta ulteriormente perché ai costi si sommano anche i diritti richiesti dalle società che gestiscono le aree di servizio.
La formazione del prezzo alla pompa inizia comunque molto lontano dal distributore. Il primo riferimento è l’indice Platts, che rappresenta il valore di una tonnellata di carburante stabilito dalle raffinerie. Questo indice è una media calcolata tenendo conto di diversi fattori, tra cui il prezzo del petrolio, e viene utilizzato dalla grande maggioranza delle compagnie energetiche del mondo. Le principali aziende del settore fanno riferimento ai dati pubblicati quotidianamente da questa agenzia, che monitora migliaia di prezzi e contratti energetici.
Incide molto anche il tipo di contratto che regola il singolo distributore. Alcuni impianti sono gestiti direttamente dalle compagnie petrolifere, altri operano con il marchio della compagnia ma con un gestore concessionario. In altri casi l’imprenditore ha contratti di fornitura esclusiva oppure acquista carburante sul mercato libero da raffinerie e grossisti. È proprio in questa fase che possono nascere le differenze più marcate nei prezzi di acquisto rispetto all’indice di riferimento.
Arrivati a questo punto, tuttavia, il costo industriale rappresenta solo una parte del prezzo finale. Circa il 60% del prezzo alla pompa è composto da tasse, cioè IVA e accise applicate dallo Stato. Tra queste ci sono imposte introdotte negli anni per finanziare eventi storici o emergenze, come la guerra d’Etiopia del 1936 o la crisi di Suez del 1956, oltre ad altre accise aggiunte nel tempo. In pratica, per ogni litro di carburante più di un euro finisce direttamente nelle casse pubbliche.
Al gestore del distributore resta una quota molto ridotta, poco meno del 10% del prezzo finale, che corrisponde a circa 17 centesimi al litro. Proprio chi si trova a contatto con gli automobilisti è quindi l’anello più debole della catena, pur essendo quello su cui spesso si concentrano le critiche.
Alla fine i controlli si concentrano soprattutto su questa parte finale del sistema dei prezzi. Se però non si analizzano anche i costi di acquisto alla fonte, verificare il prezzo esposto alla pompa rischia di diventare solo un modo per rassicurare l’opinione pubblica.
Secondo molti osservatori, per ridurre davvero la pressione sui prezzi basterebbe intervenire sulla componente fiscale. Una riduzione delle accise o una revisione dell’IVA, che oggi è al 22%, potrebbe alleggerire il costo del carburante. Per ora resta un obiettivo difficile da realizzare, quasi quanto sperare in una stabilità internazionale capace di calmare definitivamente i mercati energetici.
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